FERNANDO ANDOLCETTI


SERGIO BORRINI


REBECCA FORSTER


MARCO MAGRINI


MAURO MANFREDI


NADIA NAVA


LUCIA PESCADOR


ELISABETH SCHERFFIG

 

 


FEDERICO SIMONELLI

 

FERNANDO ANDOLCETTI
L'opera di Andolcetti è sinonimo di musicalità, di lirismo, di dolcezza e di discrezione. La sua è una ricerca che tocca lo spirito, fa vibrare le corde dell'anima, arriva direttamente ai sensi, accarezza i ricordi più intimi. E' un mondo magico, incantato, che non conosce gli orrori e le mostruosità, che non sa accogliere cattiveria e brutalità, tuttavia non può nemmeno dimenticare l'importanza e la forza del pensiero, un pensiero che si fa luce, suono e poesia. Una voce, quella di Andolcetti, ahimè, quasi solitaria nel frastuono e nella confusione delle arti di oggi. Una voce, però, che quando la si trova è come scoprire un caldo rifugio per le emozioni. Il colore si stende sulla superficie quasi con timidezza, non raggiunge mai note dominanti, tonalità acute o stridenti, anzi, semmai asseconda con discrezione e accondiscendenza le forme e le parole. Queste ultime, come rispettose vestali, porgono allo sguardo di chi si sofferma le preghiere più intense, più pure; gli spartiti più efficaci. Quelle composte da Ferdinando Andolcetti sono pagine trascritte sì con una pluralità di linguaggi (la fotografia, il colore, le lettere, la musica, la carta…), ma con una magistrale armonia d'insieme, con una sapiente conoscenza del euritmia degna di un grande compositore.

 

SERGIO BORRINI
E' compito arduo riassumere in poche righe un lavoro così incisivo e così longevo come quello di Sergio Borrini. E' però possibile fissare, senza ombra di dubbio, gli estremi di questo suggestivo percorso; che da un lato ha la professionalità, o meglio, quello che un tempo si era soliti chiamare mestiere, e dall'altro l'ironia. Un mestiere, dunque, che si traduce in una grande capacità di piegare la materia alla propria volontà (sia essa la fotografia, l'olio, il pastello o il moderno linguaggio informatico), di mettere la tecnica al servizio dell'idea (e non il contrario, come purtroppo spesso accade), di assoggettarla al volere della mente. Il suo è un fare attento, controllato, negli ultimi esiti addirittura maniacale, da antico monaco copista (penso, in particolare, alla serie dedicata al volo), un tradurre il concetto con l'abnegazione della sostanza. Nel lavoro di Borrini la tecnica fa da filtro non al contenuto ma alla superficialità. L'ironia, invece, attraversa trasversalmente tutte le tappe della sua carriera come una scarica elettrica: giocosa e fiabesca nelle narrazioni iniziali, metaforica e fugace nel ciclo delle nuvole, autoreferenziale e graffiante nel più recente Archivio delle grandi imprese.

REBECCA FORSTER
(...) Rebecca Forster "ruba" [elementi] alla realtà per inserirli nel suo diario di viaggio cartaceo. Frammenti del quotidiano che ognuno di noi ha costantemente sotto gli occhi ma che raramente notiamo, fino a quando vengono prelevati dalla comune esistenza e fissati in qualcosa di più grande, di più duraturo di un attimo. Rebecca lavora così. Raccoglie dal nostro mondo e trasferisce nel suo. Poi ci invita a seguirla.
Ricordi, frammenti, rielaborazioni di sensazioni si affacciano in questi universi paralleli in cui ognuno di noi è Alice nel paese delle meraviglie alla scoperta di un mondo di cui sospettiamo l'esistenza, ma dal quale rifuggiamo. Rebecca ci facilita il compito. Ci apre la porta. (...)
Sacro e profano, Dürer e le immagini della tradizione popolare si fondono in un universo altro dove realtà e fantasia, passato e presente si alternano e si accavallano. La dea Nut è a Perinaldo, la donna stralunata a Zurigo, il cartografo ad Albissola. Rebecca racconta attraverso le immagini e, indipendentemente da come scelga di rappresentare le cose, la traccia è circolare. (...) Ed è facile passare da un disegno ad una scultura di zinco senza perdere il filo del discorso, ma rimanendo all'interno di una narrazione che è un grande racconto di vita, con capitoli e paragrafi: una rappresentazione grafica articolata come un testo letterario. (...)

Estratti da un testo critico di Anna Comino

 

MARCO MAGRINI
Sintetico, elementare, primitivo, il lavoro di Marco Magrini si distingue per quel farsi segno tribale, traccia preistorica, linea tanto elegante e repentina quanto sinottica e lapidaria; tanto ritmica e pulita quanto leggiadra e decisa. Il ferro, il bronzo, il legno, così come la matita e il pennello tracciano figure senza volto e senza tempo, disegnano profili danzanti e prettamente bidimensionali. Il compito della materia per Magrini si esaurisce in un'estenuante, ma vivificante e continuo contrasto tra presenza e assenza, tra pieno e vuoto, tra contorno e spazio. E in questo gioco, in questo ininterrotto scambio osmotico esterno e interno, quindi pieno e vuoto, hanno la stessa importanza. Tuttavia, ciò che cattura non è la bellezza di quelle demarcazioni vagamente tatoo, bensì il mistero, l'enigma, l'inspiegabile suspence che si nasconde dietro a quegli scuri geroglifici, a quegli ideogrammi così carichi di simboli, a quelle icone per certi versi così zen nella loro mancanza di ansia, nel loro libero afflato col mondo e per altri così tremendamente atemporali e apolidi per quell'impressione di presenza atavica di eterno peregrinare di terra in terra, di mondo in mondo, di tempo in tempo.

MAURO MANFREDI
La parola nel lavoro di Manfredi diventa forma, colore, struttura, figura, disegno e sfondo. La parola si fa significato e significante, sostanza e paradigma. Il suo ruolo è fondamentale, addirittura primario nell'economia generale dell'opera. Lo dimostra l'impianto dei Flussi di parole (1985-1994), così come della serie dei Geo-grafia (dal 1994) e dei Librismi (dal 1980). Essi sono fondamentalmente concepiti sul concetto della stratificazione geologica, ovvero sulla sedimentazione successiva di depositi più o meno consistenti di materiali diversi. L'ultimo, però, è sempre riservato alla scrittura e, con lei, ai concetti a cui essa è intrinsecamente legata: la grafia, il suono e la comunicazione. A guardare il lungo dipanarsi delle esperienze artistiche di Manfredi viene in mente il diario di un viaggiatore, una sorta di moderno Vespucci dell'arte, non tanto per le terre toccate, quanto per le imprese vissute e il desiderio mai sopito di raccontarle ai suoi più fedeli ascoltatori. Ogni pagina è una tranche di vita, sono irresistibili evocazioni d'immagini, di emozioni e di paesaggi che ritrovano su questo nuovo terreno un'inaspettata convivenza e un'inevitabile contaminazione temporale.

 

NADIA NAVA
Al di là dell'eterogenicità dell'espressione, l'arte di Nadia (che spazia dal libri oggetto ai fiori di ardesia; dalle Lavagne pelose alle mani di invisibili musici; dagli applausi di un folto pubblico, ai volitivi gesti di un maieutico direttore d'orchestra) rincorre da sempre un unico obiettivo: evidenziare l'inganno che spesso c'è tra vero e falso, tra sostanza e apparenza, tra vita e maschera. Non tra esistenza e morte, che sono due verità, ma tra realtà e recitazione si dibatte l'eterno dualismo umano. C'è chi è e chi finge di essere, ma c'è anche chi recita e non vuole essere. E' l'eterno dubbio amletico o, se si preferisce, il machiavellico arcano pirandelliano. Detto in questi termini parrebbe una ricerca lineare, di facile assunzione, salvo però scoprire che la realtà spesso supera di gran lunga la fantasia e finire con il prediligere lo spettacolo della recita alla triste messa in scena della vita. E' in quel momento che i granitici fiori di ardesia emanano un loro profumo, le nere lavagne assumono un fascino feticistico e l'incomprensibile (almeno fino a quel momento) rappresentazione scenica del mondo spalanca ad occhi increduli un nuovo sipario: tutto, una volta accettato l'inganno, può avere ancora un senso.

LUCIA PESCADOR
La geometria nei quadri di Lucia Pescador non è mai esatta, non conosce le regole euclidee e alla certezza della riga preferisce il tremito della mano. Così, precarie scacchiere policrome si ordinano con la tenerezza di improvvisati arlecchini. Sono geometrie etniche, rettangoli e linee che ricordano le stoffe dell'Africa, le strutture semplici delle capanne nel deserto, ma di questa calda terra ne rammentano anche i colori: sabbia, arancio, nero, giallo, ocra… Lucia sa che la vita (la sua e quella di tutti gli uomini) è fatta di sedimentazioni, di accumuli successivi (a volte inutili, a volte necessari), di ricordi che cercano di trovare un ordine nel caos delle sensazioni. L'uomo sente il bisogno di fissarli per sempre, di portarli con sé ed è per questo che li accantona, lascia che si depositino. Da qui il bisogno dell'artista non di classificarli, nemmeno di ordinarli, ma semplicemente di dare un minimo di accordo a quella ridda che ha intorno. Questo sforzo colossale non fa altro che aumentare l'enigma che in essi è raccolto e dare il via a una sorprendente e incredula visione metafisica. Il quadro è divenuto il contenitore ideale, lo scrigno segreto, il vaso in cui racchiudere questo prezioso tesoro di vita.

 

ELISABETH SCHERFFIG
Un inestricabile groviglio di linee, una sorta di tragico sciangai millenario (eterno, ma sempre attuale) è davanti ai nostri occhi con l'evidenza di una verità oggettiva, ma anche con lo stupore di chi nella vita si domanda sempre il perché delle cose. Legno, ferro o paglia? Poco importa, ciò che conta è il caos che pare regolare questa visione. E' probabile che in tutto questo ci sia pure una logica (così come c'è nel complicato districarsi dei capillari, nel contorto garbuglio dei fili elettrici di un circuito), ma quale? E, soprattutto, è una logica costruttiva o distruttiva? Certo che queste misteriose e inquietanti atmosfere, quest'ossessivo timbro cromatico non incoraggia l'ottimismo. Quella di Elisabeth pare la radiografia di un mondo alquanto precario, la trama ultima di un disegno universale sfuggente e poco rassicurante, la cronaca dell'inevitabile crollo di ambiziose e quantomai fragili architetture umane. Vero è che queste singolari visioni presuppongono un tempo più o meno dilatato, fatto di un prima e di un dopo, ma anche di un presente sempre poco rassicurante, nonostante la grazia del disegno, la particolareggiata cura del dettaglio e la leggerezza del tratto.

 

FEDERICO SIMONELLI
Nel lavoro di Simonelli l'equilibrata misura classica (intesa come rapporto di proporzioni e armonie formali) e l'inqietante e vana eternita' leopardiana sono il comune denominatore di una ricerca lucida, lineare, per certi versi persino spietata, sul senso ultimo della vita e sull'heiddegeriano essere nel mondo. Dalle silenziose e enigmatiche presenze femminili di Ma quando ma dove (1993-97) alle megalitiche e cupe costruzioni delle Citta' segrete (1990-98); dai martoriati legni delle piccole imbarcazioni di Dove l'andare nostro (1981-99) alle piu' recenti superfici corrose di Tre grazie a Stalingrado (2004), l'intero suo percorso nasce da uno sguardo nitido, da una ragione che non conosce illusioni, che non ammette deroghe, che per vivere non cerca scorciatoie ne' conosce favole, da uno spirito che ama la filosofia, la musicalita' dei versi e il magico fascino alchemico dell'arte, ma che non ammette facili bugie consolatorie. Su quelle superfici scabre, sofferte, corrose, combuste da un fuoco ormai millenario vegliano, tutt'al piu', scure erme neoclassiche, muse metafisiche, divinita' mitologiche che dall'alto del loro cupo regno, beffarde e silenziose, osservano gli inutili affanni terreni.