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FERNANDO ANDOLCETTI
L'opera di Andolcetti è sinonimo di musicalità, di lirismo, di dolcezza
e di discrezione. La sua è una ricerca che tocca lo spirito, fa vibrare
le corde dell'anima, arriva direttamente ai sensi, accarezza i ricordi
più intimi. E' un mondo magico, incantato, che non conosce gli orrori
e le mostruosità, che non sa accogliere cattiveria e brutalità, tuttavia
non può nemmeno dimenticare l'importanza e la forza del pensiero, un pensiero
che si fa luce, suono e poesia. Una voce, quella di Andolcetti, ahimè,
quasi solitaria nel frastuono e nella confusione delle arti di oggi. Una
voce, però, che quando la si trova è come scoprire un caldo rifugio per
le emozioni. Il colore si stende sulla superficie quasi con timidezza,
non raggiunge mai note dominanti, tonalità acute o stridenti, anzi, semmai
asseconda con discrezione e accondiscendenza le forme e le parole. Queste
ultime, come rispettose vestali, porgono allo sguardo di chi si sofferma
le preghiere più intense, più pure; gli spartiti più efficaci. Quelle
composte da Ferdinando Andolcetti sono pagine trascritte sì con una pluralità
di linguaggi (la fotografia, il colore, le lettere, la musica, la carta…),
ma con una magistrale armonia d'insieme, con una sapiente conoscenza del
euritmia degna di un grande compositore.
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SERGIO BORRINI
E' compito arduo riassumere in poche righe un lavoro così incisivo e così
longevo come quello di Sergio Borrini. E' però possibile fissare, senza
ombra di dubbio, gli estremi di questo suggestivo percorso; che da un
lato ha la professionalità, o meglio, quello che un tempo si era soliti
chiamare mestiere, e dall'altro l'ironia. Un mestiere, dunque, che si
traduce in una grande capacità di piegare la materia alla propria volontà
(sia essa la fotografia, l'olio, il pastello o il moderno linguaggio informatico),
di mettere la tecnica al servizio dell'idea (e non il contrario, come
purtroppo spesso accade), di assoggettarla al volere della mente. Il suo
è un fare attento, controllato, negli ultimi esiti addirittura maniacale,
da antico monaco copista (penso, in particolare, alla serie dedicata al
volo), un tradurre il concetto con l'abnegazione della sostanza. Nel lavoro
di Borrini la tecnica fa da filtro non al contenuto ma alla superficialità.
L'ironia, invece, attraversa trasversalmente tutte le tappe della sua
carriera come una scarica elettrica: giocosa e fiabesca nelle narrazioni
iniziali, metaforica e fugace nel ciclo delle nuvole, autoreferenziale
e graffiante nel più recente Archivio delle grandi imprese.
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REBECCA FORSTER
(...) Rebecca Forster "ruba" [elementi] alla realtà per inserirli nel
suo diario di viaggio cartaceo. Frammenti del quotidiano che ognuno di
noi ha costantemente sotto gli occhi ma che raramente notiamo, fino a
quando vengono prelevati dalla comune esistenza e fissati in qualcosa
di più grande, di più duraturo di un attimo. Rebecca lavora così. Raccoglie
dal nostro mondo e trasferisce nel suo. Poi ci invita a seguirla.
Ricordi, frammenti, rielaborazioni di sensazioni si affacciano in questi
universi paralleli in cui ognuno di noi è Alice nel paese delle meraviglie
alla scoperta di un mondo di cui sospettiamo l'esistenza, ma dal quale
rifuggiamo. Rebecca ci facilita il compito. Ci apre la porta. (...)
Sacro e profano, Dürer e le immagini della tradizione popolare si fondono
in un universo altro dove realtà e fantasia, passato e presente si alternano
e si accavallano. La dea Nut è a Perinaldo, la donna stralunata a Zurigo,
il cartografo ad Albissola. Rebecca racconta attraverso le immagini e,
indipendentemente da come scelga di rappresentare le cose, la traccia
è circolare. (...) Ed è facile passare da un disegno ad una scultura di
zinco senza perdere il filo del discorso, ma rimanendo all'interno di
una narrazione che è un grande racconto di vita, con capitoli e paragrafi:
una rappresentazione grafica articolata come un testo letterario. (...)
Estratti da un testo critico di Anna Comino
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MARCO MAGRINI
Sintetico, elementare, primitivo, il lavoro di Marco Magrini si distingue
per quel farsi segno tribale, traccia preistorica, linea tanto elegante
e repentina quanto sinottica e lapidaria; tanto ritmica e pulita quanto
leggiadra e decisa. Il ferro, il bronzo, il legno, così come la matita
e il pennello tracciano figure senza volto e senza tempo, disegnano profili
danzanti e prettamente bidimensionali. Il compito della materia per Magrini
si esaurisce in un'estenuante, ma vivificante e continuo contrasto tra
presenza e assenza, tra pieno e vuoto, tra contorno e spazio. E in questo
gioco, in questo ininterrotto scambio osmotico esterno e interno, quindi
pieno e vuoto, hanno la stessa importanza. Tuttavia, ciò che cattura non
è la bellezza di quelle demarcazioni vagamente tatoo, bensì il mistero,
l'enigma, l'inspiegabile suspence che si nasconde dietro a quegli scuri
geroglifici, a quegli ideogrammi così carichi di simboli, a quelle icone
per certi versi così zen nella loro mancanza di ansia, nel loro libero
afflato col mondo e per altri così tremendamente atemporali e apolidi
per quell'impressione di presenza atavica di eterno peregrinare di terra
in terra, di mondo in mondo, di tempo in tempo.
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MAURO MANFREDI
La parola nel lavoro di Manfredi diventa forma, colore, struttura, figura,
disegno e sfondo. La parola si fa significato e significante, sostanza
e paradigma. Il suo ruolo è fondamentale, addirittura primario nell'economia
generale dell'opera. Lo dimostra l'impianto dei Flussi di parole
(1985-1994), così come della serie dei Geo-grafia (dal 1994) e
dei Librismi (dal 1980). Essi sono fondamentalmente concepiti sul
concetto della stratificazione geologica, ovvero sulla sedimentazione
successiva di depositi più o meno consistenti di materiali diversi. L'ultimo,
però, è sempre riservato alla scrittura e, con lei, ai concetti a cui
essa è intrinsecamente legata: la grafia, il suono e la comunicazione.
A guardare il lungo dipanarsi delle esperienze artistiche di Manfredi
viene in mente il diario di un viaggiatore, una sorta di moderno Vespucci
dell'arte, non tanto per le terre toccate, quanto per le imprese vissute
e il desiderio mai sopito di raccontarle ai suoi più fedeli ascoltatori.
Ogni pagina è una tranche di vita, sono irresistibili evocazioni d'immagini,
di emozioni e di paesaggi che ritrovano su questo nuovo terreno un'inaspettata
convivenza e un'inevitabile contaminazione temporale.
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NADIA NAVA
Al di là dell'eterogenicità dell'espressione, l'arte di Nadia (che spazia
dal libri oggetto ai fiori di ardesia; dalle Lavagne pelose alle
mani di invisibili musici; dagli applausi di un folto pubblico, ai volitivi
gesti di un maieutico direttore d'orchestra) rincorre da sempre un unico
obiettivo: evidenziare l'inganno che spesso c'è tra vero e falso, tra
sostanza e apparenza, tra vita e maschera. Non tra esistenza e morte,
che sono due verità, ma tra realtà e recitazione si dibatte l'eterno dualismo
umano. C'è chi è e chi finge di essere, ma c'è anche chi recita e non
vuole essere. E' l'eterno dubbio amletico o, se si preferisce, il machiavellico
arcano pirandelliano. Detto in questi termini parrebbe una ricerca lineare,
di facile assunzione, salvo però scoprire che la realtà spesso supera
di gran lunga la fantasia e finire con il prediligere lo spettacolo della
recita alla triste messa in scena della vita. E' in quel momento che i
granitici fiori di ardesia emanano un loro profumo, le nere lavagne assumono
un fascino feticistico e l'incomprensibile (almeno fino a quel momento)
rappresentazione scenica del mondo spalanca ad occhi increduli un nuovo
sipario: tutto, una volta accettato l'inganno, può avere ancora un senso.
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LUCIA PESCADOR
La geometria nei quadri di Lucia Pescador non è mai esatta, non conosce
le regole euclidee e alla certezza della riga preferisce il tremito della
mano. Così, precarie scacchiere policrome si ordinano con la tenerezza
di improvvisati arlecchini. Sono geometrie etniche, rettangoli e linee
che ricordano le stoffe dell'Africa, le strutture semplici delle capanne
nel deserto, ma di questa calda terra ne rammentano anche i colori: sabbia,
arancio, nero, giallo, ocra… Lucia sa che la vita (la sua e quella di
tutti gli uomini) è fatta di sedimentazioni, di accumuli successivi (a
volte inutili, a volte necessari), di ricordi che cercano di trovare un
ordine nel caos delle sensazioni. L'uomo sente il bisogno di fissarli
per sempre, di portarli con sé ed è per questo che li accantona, lascia
che si depositino. Da qui il bisogno dell'artista non di classificarli,
nemmeno di ordinarli, ma semplicemente di dare un minimo di accordo a
quella ridda che ha intorno. Questo sforzo colossale non fa altro che
aumentare l'enigma che in essi è raccolto e dare il via a una sorprendente
e incredula visione metafisica. Il quadro è divenuto il contenitore ideale,
lo scrigno segreto, il vaso in cui racchiudere questo prezioso tesoro
di vita.
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ELISABETH SCHERFFIG
Un inestricabile groviglio di linee, una sorta di tragico sciangai millenario
(eterno, ma sempre attuale) è davanti ai nostri occhi con l'evidenza di
una verità oggettiva, ma anche con lo stupore di chi nella vita si domanda
sempre il perché delle cose. Legno, ferro o paglia? Poco importa, ciò
che conta è il caos che pare regolare questa visione. E' probabile che
in tutto questo ci sia pure una logica (così come c'è nel complicato districarsi
dei capillari, nel contorto garbuglio dei fili elettrici di un circuito),
ma quale? E, soprattutto, è una logica costruttiva o distruttiva? Certo
che queste misteriose e inquietanti atmosfere, quest'ossessivo timbro
cromatico non incoraggia l'ottimismo. Quella di Elisabeth pare la radiografia
di un mondo alquanto precario, la trama ultima di un disegno universale
sfuggente e poco rassicurante, la cronaca dell'inevitabile crollo di ambiziose
e quantomai fragili architetture umane. Vero è che queste singolari visioni
presuppongono un tempo più o meno dilatato, fatto di un prima e di un
dopo, ma anche di un presente sempre poco rassicurante, nonostante la
grazia del disegno, la particolareggiata cura del dettaglio e la leggerezza
del tratto.
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FEDERICO SIMONELLI
Nel lavoro di Simonelli l'equilibrata misura classica (intesa come rapporto
di proporzioni e armonie formali) e l'inqietante e vana eternita' leopardiana
sono il comune denominatore di una ricerca lucida, lineare, per certi
versi persino spietata, sul senso ultimo della vita e sull'heiddegeriano
essere nel mondo. Dalle silenziose e enigmatiche presenze femminili di
Ma quando ma dove (1993-97) alle megalitiche e cupe costruzioni
delle Citta' segrete (1990-98); dai martoriati legni delle piccole
imbarcazioni di Dove l'andare nostro (1981-99) alle piu' recenti
superfici corrose di Tre grazie a Stalingrado (2004), l'intero
suo percorso nasce da uno sguardo nitido, da una ragione che non conosce
illusioni, che non ammette deroghe, che per vivere non cerca scorciatoie
ne' conosce favole, da uno spirito che ama la filosofia, la musicalita'
dei versi e il magico fascino alchemico dell'arte, ma che non ammette
facili bugie consolatorie. Su quelle superfici scabre, sofferte, corrose,
combuste da un fuoco ormai millenario vegliano, tutt'al piu', scure erme
neoclassiche, muse metafisiche, divinita' mitologiche che dall'alto del
loro cupo regno, beffarde e silenziose, osservano gli inutili affanni
terreni.
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